Ma siamo diventati un popolo di razzisti? (di Carlo Maria Martini)

5 Dicembre 2007 - Antonio Rusconi

Ho sempre pensato come italiano di appartenere a uno dei popoli meno razzisti della terra e questo per motivi storici, culturali, religiosi, eccetera.
Questo non vuol dire che quando accade un episodio gravissimo di violenza, soprattutto da parte di immigrati irregolari, non si alzi un coro di voci per deprecare quanto è avvenuto e per invocare più rigorose misure di sicurezza.
Come dice il Salmo, siamo ben convinti che nei momenti di transizione, quando non sono tenuti saldamente in mano, «emergono i peggiori tra gli uomini» (Sal 12,9). Ma nell’insieme abbiamo una visione degli altri popoli che non avrei esitato a qualificare come non razzista.
Ora tuttavia la mia sicurezza si è incrinata leggendo le interessanti interviste di Rula Jebreal pubblicate sotto il titolo significativo «Divieto di soggiorno». Ecco quanto afferma per esempio un immigrato che pure si può considerare un «caso riuscito» di integrazione, essendo oggi impegnato in politica e con un insegnamento universitario: «Gli italiani provano indifferenza verso tutto ciò che è diverso, hanno una sorta di pigrizia mentale, una mancanza di volontà di comprendere l’immaginario altrui».
Come può questo giudizio andare d’accordo con la scontata affermazione di un altro immigrato riuscito: «Gli italiani sono brava gente. I media, la televisione, continuano a parlare di conflitto tra stranieri e italiani, ma la realtà di tutti i giorni è diversa. Quando hanno a che fare con te direttamente, nel rapporto faccia a faccia, gli italiani si comportano bene, come con un loro pari»?
Probabilmente c’è un po’ di verità in entrambi i giudizi. Ma tutto ciò mette in luce la gravità e l’urgenza del problema affrontato nel libro di Rula Jebreal, cioè quello dell’integrazione ben regolata di milioni di immigrati, oggi e tanto più nel futuro.
Possiamo infatti parlare di un problema minaccioso che si sta affacciando ai confini dell’Europa e rischia di causare una forte divisione, una spaccatura di animi e di intenti. Non v’è luogo, per quanto piccolo e nascosto, che potrà venir risparmiato da questa prova.
Essa consisterà nella nostra capacità di vivere insieme come diversi, non solo di lingua, di cultura, di abitudini, di religione, ma anche differenti nelle sensibilità inconsce, nelle simpatie o antipatie, nel modo di concepire la giornata e la vita…
Qualcosa di simile si è sempre avuto nella storia dell’umanità, ma lo stare gomito a gomito con un numero crescente di “diversi” sta diventando un fatto che sempre più condizionerà la nostra vita quotidiana e il nostro lavoro.
Ad esso si può reagire in vari modi: o deprecando il fatto che non sia ormai possibile fare a meno di chi viene a turbare la nostra quiete e preoccupandosi di stabilirgli delle zone in cui egli ci è utile o addirittura necessario e altre in cui vogliamo essere lasciati in pace; o demonizzando la sua cultura e le sue tradizioni, curando di lasciar entrare tra noi il meno possibile della identità di queste persone.
In ogni caso anche un atteggiamento che possa essere definito “buonista”, ma nasca da uno spirito seccato e un po’ malmostoso, tende a chiudere queste persone in ghetti che a lungo andare diventano pericolosi focolai di malumore e di ribellione. Si prospetta così il fantasma di un “clash of civilations” (scontro di civiltà) che alcuni ritengono far parte di un inevitabile futuro del mondo europeo.
Eppure sono convinto che non solo è possibile e doveroso fare di tutto per evitare questo “scontro di civiltà”, ma che occorre dimostrare che noi cresciamo e maturiamo proprio nel “confronto col diverso”.
Ciò avviene quando esso è visto non soltanto come accettazione necessaria di un fatto inevitabile e neppure come semplice tolleranza e rispetto per le abitudini altrui, purché non siano offensive del bene comune, e neppure come volontà di assimilazione o di conversione.
C’è al di sotto di tutto un dovere reciproco di vivificarci e stimolarci a vicenda vivendo quegli atteggiamenti di rispetto, di gratuità, di non preoccupazione del proprio tornaconto o della propria fama, di accoglienza e perdono, che caratterizzano ad esempio il discorso della montagna di Gesù (Matteo capitoli 5-7) e che sono capiti da tutti e utili a tutti.
C’è poi un discorso ancora preliminare a questo, e il libro di Rula Jebreal ci aiuta a entrare nella dimensione giusta: quella di non giudicare e di non condannare subito, ma anzitutto di ascoltare con simpatia e cercare di comprendere con oggettività l’esperienza e la storia dell’altro.
Questo libro presenta una dozzina di interviste a persone straniere venute in Italia per i più diversi motivi. Alcune sono riuscite a inserirsi con soddisfazione nel nostro tessuto sociale, altre invece hanno fallito.
Particolarmente commovente è la storia della piccola prostituta Olga, che non vede l’ora di ritornare a casa dopo aver sfruttato la situazione e essersi lasciata sfruttare fino alla perdita di ogni senso della dignità umana.
Rula Jebreal scrive come una vera giornalista, che sa raccontare e coinvolgere ma senza inserire le proprie emozioni o forzando il discorso. Ci insegna che occorre soprattutto cercare di capire, ascoltare, comprendere le motivazioni e le situazioni: solo dopo è possibile vedere il da farsi.
Ci auguriamo di essere in molti a capire questa lezione di giornalismo e di vita, così che il peso di questa inevitabile transizione verso una nuova società, quasi un nuovo “meticciato”, diventi non solo più sopportabile per tutti, ma sia fonte di nuove scoperte sulla ricchezza della nostra umanità.

(Tratto da Il Sole 24ore,
11 novembre 2007, pagg. 1.12)

Il Caso Icam

16 Ottobre 2006 - Antonio Rusconi

Cari lecchesi, sulle polemiche innescate sul trasferimento della ICAM da Lecco ho scritto questa riflessione. Vorrei suggerimenti e consigli.

“Non ho l’abitudine di intervenire su ogni argomento, ma la discussione che si è innescata sulla politica industriale nella Provincia di Lecco a seguito della vicenda del trasferimento dell’azienda ICAM ha assunto toni da opera pirandelliana, dove gli attori recitano una parte a soggetto, indipendentemente dai loro ruoli.

In particolare mi colpiscono le accuse del Sindaco di Lecco Faggi e dell’Assessore Perossi sulle responsabilità politiche della Provincia di Lecco per una mancata politica industriale.

Ma scusate sono vent’anni che le aziende fuggono da Lecco, gli spazi lasciati vuoti dai casi Badoni – SAE – Caleotto, quale politica di riconversione industriale hanno portato se non la rinuncia a ridisegnare la città di Lecco del futuro.

Sarebbe interessante conoscere l’elenco delle aziende che sono entrate in questi anni a Lecco città e di quelle che sono uscite e delle prospettive del nuovo Comando dei Vigili del Fuoco che rischia di espatriare in Brianza.

Leggo peraltro su altra stampa che l’amico consigliere regionale Giulio Boscagli ammonisce gli amministratori locali rispetto alla inopportunità di nuovi supermercati nella Provincia di Lecco: forse non ci si è accorti di quale è stata l’entità dell’ultima espansione urbanistico- commerciale a Lecco decisa negli ultimi due mesi?

Verrebbe da dire con De Andrè:

“ Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”.

E mi si permetta uno sfogo: da Sindaco di Valmadrera col nuovo Piano regolatore ho favorito l’ampliamento di una vasta zona industriale al di là della ferrovia; fui attaccato, come è normale e fisiologico, dall’allora opposizione di centro- destra e non mi risulta di aver ottenuto grande sostegno da parte delle realtà politiche della città di Lecco. Da amministratore non feci proclami: mi confrontai con imprenditori e sindacati, trovando risposte concrete.

Infine sulla vicenda ICAM e il Comune di Nibionno: vi è stata la richiesta legittima della Ditta ICAM di trasformare tramite sportello unico un’area agricola di 35000 mq in una area industriale con una superficie coperta di 25000. Ripeto, richiesta legittima, da verificare coinvolgendo tutti i rappresentanti istituzionali anche per gli eventuali problemi ambientali.

Questo non è stato fatto dal precedente sindaco Redaelli e il nuovo sindaco Negri, peraltro dirigente di azienda, si è trovato in iter di approvazione sulla stessa zona altre due domande di trasformazione da zona agricola ad industriale per altri 45000 mq di superficie.

Questa è la situazione che la Giunta Negri si è trovata ad affrontare, con una scelta autonoma, che posso condividere o meno, ma che riguardava la destinazione di tutta una zona di oltre 80000 mq con cambio di destinazione da agricola ad industriale.

Rispetto alle critiche dure che il segretario della CIGL, Anghileri, rivolge al mondo politico, mi domando se una programmazione industriale del territorio non è compito di tutti nell’interesse globale, perché se domani mattina a Valmadrera, un’azienda di 200 dipendenti ha bisogno di ampliarsi, secondo un dato di equità, non dovrebbe essere un problema solo di quel territorio.

Sinceramente, ritengo il trasferimento dell’ICAM fuori provincia una sconfitta per tutti, ma pure una responsabilità per tutti.

Non so e non penso esistano gli strumenti per cambiare scelta: la Provincia di Lecco ha fatto 3-4 proposte di aree industriali che indubbiamente hanno i costi delle aree industriali, ma questo è un problema che coinvolge tutti gli imprenditori e su cui le associazioni di categoria, penso, sapranno aprire al più presto un confronto con gli amministratori.

Se vi sono altre proposte o opportunità in tempi brevi si esaminino: frattanto il Comune di Lecco sarebbe opportuno riveli quali prospettive urbanistiche prevede sulla zona occupata attualmente dall’ICAM.

A Virginio Brivio penso si possano imputare tante cose, non certo il coraggio di aver affrontato il “progetto MAIS” tra mille difficoltà degli amministratori locali e su questa scelta importantissima, occorrerà chiarire al più presto i criteri per i costi delle aree per i relativi proprietari e per gli acquirenti e di assegnazione delle stesse.

Con amicizia gli ricordo che la storia è sempre più giusta e oggettiva della cronaca della quotidianità e per dirla con don Rodrigo nel VI capitolo dei Promessi Sposi “ quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in Chiesa, come fanno gli altri”.

Mi presento…

4 Ottobre 2006 - Antonio Rusconi

Nello scorso mese di luglio sono stato nominato dal Presidente Rutelli responsabile nazionale per il settore istruzione della Margherita. Nonostante la mia lunga esperienza in campo scolastico e l’attività frequente in Commissione sia in questa che nella precedente legislatura, avverto la responsabilità di questo importante incarico e la necessità di coniugare un rapporto fattivo con il Ministro Fioroni, le Commissioni Parlamentari e l’ascolto, il consiglio e la collaborazione con quanti, docenti, genitori, dirigenti e studenti sono i protagonisti del mondo della scuola.

E’ pertanto mia intenzione impegnarmi a costituire come partito un Consulta Regionale della scuola in ogni Regione, anche per poter valorizzare temi come la formazione professionale che sono di chiara competenza regionale, riunire periodicamente la Consulta Nazionale Scuola per poter proporre al tavolo dell’Unione e all’attenzione del Governo argomenti di particolare interesse per le culture presenti nella Margherita, come la parità scolastica, la centralità della persona, l’educazione permanente, la collaborazione con il mondo del lavoro, affinchè la scuola italiana diventi una priorità per il Paese e per il Governo Prodi, un investimento in speranza e in futuro.

Ho avuto modo e onore di rappresentare il Parlamento italiano al confronto dei Paesi dell’OCSE, a Parigi, sul tema della scuola, nel febbraio 2005: i risultati emersi che relegano l’Italia a posizioni marginali per numero di laureati e dispersione scolastica, sembrano riprendere concetti fondamentali del programma dell’Unione e di Romano Prodi per le elezioni del 2006: “Del resto non c’è processo di riforma del sistema educativo se non c’è coinvolgimento degli insegnanti che ne condividano progetto e percorsi. Sono quindi necessarie politiche di valorizzazione della professionalità di chi opera nella scuola, per restituire loro la dignità e il senso di una professione strategica per il Paese.
Lo stato di forte disagio in cui versa il mondo della scuola deriva anche dal disconoscimento e dalla sottovalutazione della funzione e dell’autorevolezza sociale degli insegnanti.
Nono sono possibili riforme senza che i destinatari ne siano anche protagonisti; non si fanno buone riforme nonostante gli insegnanti”.

Sul tema dell’istruzione oggi il Paese ha di fronte due sfide fondamentali e urgenti, quella a un di più di innovazione e modernità, che presuppone però risorse e rapporti col territorio e il mondo del lavoro assidui e costruttivi e quella a un di più di educazione, dove la famiglia, primo riferimento educativo, deve essere sostenuta rispetto a tanti drammi adolescenziali sempre più frequenti e di fronte ai quali sentiamo il vuoto delle nostre risposte.

Rivolgo dunque l’invito a un confronto serio e fattivo…